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in memoria di Gianni Bonadonna 1934-2015 / seconda parte [11/09/2015]

 

 

 

 

 


 

IN ONORE DI GIANNI BONADONNA 

l'articolo del Corriere dopo l'ASCO a San Francisco del 2007

Nel 2007 la sua ricerca è grande come la Scala» New York ha reso omaggio al medico milanese: la sua immagine per giorni a Times Square 

 
 

 

 

 

 

 

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Dal Corriere della Sera del 7 Settembre 2007

Ieri a San Francisco, in California, un grande medico si è alzato a fatica da una carrozzina e con le lacrime agli occhi ha spiazzato l’ afasia che da più di dieci anni gli impedisce di parlare come prima, «thank you my friends» ha detto nel silenzio surreale della sala congressi dell’ Asco, la società americana di oncologia. Poi forzando la commozione ha preso il microfono con due mani per dire che si scusava con tutti, lui non è più lo stesso, «un ictus arriva e ti segna, per quello che eri e per quello che sarai», ma su un enorme schermo alle sue spalle è apparsa una scritta che vale un Nobel: «A Gianni Bonadonna, scienziato eccezionale, clinico e umanista che ha rivoluzionato la ricerca sul cancro».

L’ America della sanità che negli anni Settanta si era tolta il cappello davanti al suo coraggio e alla sua intuizione nella cura del tumore al seno e del morbo di Hodgkin per la definizione dei trattamenti chemioterapici da affiancare all’ intervento chirurgico, oggi gli intitola un premio, il «Gianni Bonadonna Breast Cancer Award and lecture», un omaggio insolito, inaspettato e per questo ancora più sincero: perché viene dato a un medico lontano da ribalte e circuiti mediatici che ha passato gli ultimi dodici anni dall’ altra parte, quella di paziente, un medico malato che si batte come un leone per rendere più umana una sanità a volte disumana, che dei pazienti dice che «non sono una collezione di sintomi e segni di malattia, di disfunzioni organiche e psicologiche, ma sono anzitutto esseri umani, apprensivi, smarriti, speranzosi, desiderosi di conforto, aiuto, rassicurazione». 

 


 

 

Davanti ai più grandi oncologi del mondo Bonadonna non ha presentato ricerche o lavori come ha fatto per una vita, quando l’ Istituto dei Tumori dove lavorava con Bucalossi, Veronesi e una squadra di talenti straordinari veniva paragonato a un’ altra Scala di Milano. Bonadonna ha presentato se stesso, la sua sfida continua alla malattia, ieri il cancro, oggi l’ ictus, arrivato come una mazzata nel mezzo di una carriera formidabile, e il suo coraggio di non arrendersi, di ricominciare come ha scritto in un libro, di risollevarsi dopo ogni caduta: «Avete mai visto il combattimento del cobra con la mangusta? Da un punto di vista figurativo questo potrei essere io: decidete voi chi è il cobra e chi la mangusta. Sta di fatto che sono sempre in battaglia». 

A San Francisco gli hanno dedicato un filmato, la sua intervista alla Reuters è diventata gigantografia a Times Square, il suo gruppo di ricerca è stato continuamente citato da Gabriel Hortobagy, presidente dell’ Asco, e Bonadonna con l’ aiuto di qualche immagine ha ricostruito come «sette samurai dell’ Istituto Tumori anticiparono i colleghi americani impegnati sullo stesso fronte della lotta al tumore al seno», trovandosi poi a collaborare con loro, fino a diventare, con il gruppo di Bernie Fischer, pionieri della chemioterapia primaria nel carcinoma mammario operabile. «L’ idea di evitare alle donne una mutilazione, di dare una speranza di sopravvivenza senza interventi invalidanti era la base del nostro lavoro, nessuno si era mai occupato di terapia precauzionale nel carcinoma mammario operabile, così come nessuno aveva mai tentato un trattamento chirurgico conservativo della mammella o un trattamento medico prima dell’ intervento», ricorda Bonadonna. «I nostri dogmi erano gli stessi che attuarono Vincent De Vita e i suoi collaboratori del National Cancer Institute, dietro la spinta di Paul Carbone ed Emil Frei». 

Anni memorabili, dice Bonadonna, «dove la passione, l’ impegno, la volontà, il merito e lo spirito competitivo stavano davanti alla politica, a quell’ eccesso di politicizzazione che vedo oggi nelle corsie degli ospedali, anche nel mio. Di questa sanità non mi piace l’ invadenza che la politica ha assunto e la burocrazia che non dà spazio a uomini e donne liberi, appassionati, che nella professione medica cercano l’ approccio umano e competente con i pazienti. Non mi piace la corsa all’ oro dei facili guadagni, il pressappochismo. Mi spaventa il distacco medico-paziente. Nei reparti di degenza e nei blocchi operatori si fanno arretrare le frontiere dell’ impossibile, ma la sanità deve insegnare di più ai medici ad entrare nel mondo delle malattie quali sono vissute dai pazienti. Noi non siamo entomologi che contemplano insetti, l’ umanizzazione delle cure oggi è la mia nuova battaglia...». 

Le parole di Bonadonna piovono sull’ America che si interroga sulla buona sanità e denuncia con Michael Moore le ingiustizie di un sistema che divide le cure tra ricchi e poveri. «Basta guardarlo negli occhi, nonostante la malattia che si porta addosso per darci la carica, per dirci non arrendetevi nella sfida contro i tumori», ha detto Hortobagi. Una sfida possibile, aveva scritto vent’ anni fa Bonadonna, che continua e che ha bisogno di modelli, di riferimenti, di esempi e di quell’ etica alla quale molti si aggrappano ma pochi si ispirano. Gli oncologi americani hanno scelto lui, un italiano, un medico con una volontà immensa che cerca di testimoniare passione e umanità: un riconoscimento importante al suo lavoro, apprezzato quasi più all’ estero che nel nostro Paese, dove si dimentica in fretta. Con il suo nome ogni anno verrà premiato un giovane ricercatore, com’ era lui negli anni del tirocinio americano, prima di essere chiamato in Via Venezian. Possibilmente «con un pò di quel sacro furore che alcuni medici della mia generazione hanno avuto e oggi vedo sempre meno». 

Dal palco del congresso, ai colleghi oncologi, ha citato Shakespeare: «Noi saremo ricordati per questo, noi pochi, noi fortunati, noi banda di fratelli». Bonadonna è commosso: «Sono sempre stato un totalizzatore, qualcuno potrebbe dire un egoista. Ma io cercavo di fare bene il mio mestiere, quello di medico è anche un sacrificio. Forse per questo la mia famiglia ha perso molto: non sono sempre stato un buon padre e marito, anche se ho cercato di fare l’ impossibile. Il mestiere di medico continuo a vederlo con l’ anelito shakespeariano: bisogna occuparsi e preoccuparsi del saggio e dello stolto, dell’ umile e dell’ arrogante, dello stoico e del lagnoso. La sanità dev’ essere per tutti, e tutti meritano la nostra umanità». 

 

::::::    Creato il : 11/09/2015 da Magarotto Roberto    ::::::    modificato il : 11/09/2015 da Magarotto Roberto    ::::::