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storia di monica ( restare in piedi!) [17/02/2013]

 

RESTARE IN PIEDI 
di Monica Morelli


 

 
 
Questa storia è dedicata a te che stai leggendo, con grande umiltà, mi auguro ti aiuti a riscoprire quello che in cuor tuo sai già, ossia che bi­sogna trovare la forza per amare profondamente la Vita, sempre e co­munque, soprattutto nei momenti di grande difficoltà fisica e psicolo­gica, perché ti assicuro che ne vale sempre la pena!
Nel marzo del 1992 avevo 28 anni, un fidanzato da sposare a giu­gno dello stesso anno, un mutuo per una piccola casa e un bellissimo la­voro, conquistato dopo una lunga gavetta come grafica pubblicitaria in un'agenzia di pubblicità. Ma non tutto andò come previsto. A luglio del’91 avevo iniziato ad avere un lieve dolore alla gamba destra, che andò aumentando gradualmente nei mesi, nessuno degli ortopedici che lavoravano nei migliori ospedali di Roma (la città dove vivo) capì qua­l’era la causa, fino a quando a marzo del 1992 un medico del­l’ospedale S. Giovanni mi fece fare una tac, dalla quale si capì la gravità della malattia. Ci consigliò di andare agli Istituti Ortopedici Rizzoli di Bo­logna (l’ospedale dal quale proviene il Prof. Biagini), dove attraverso una biopsia, mi diagnosticarono un “osteosarcoma condroblastico di 4° grado al sacro­iliaco” che aveva preso completamente l’emibacino destro: un tumore maligno del mas­simo grado di aggressività. Dopo due cicli di chemioterapia all’Ospe­dale Civile di Ravenna, sono tornata a Bologna per l’intervento, che durò 14 ore e al quale seguirono 5 giorni di terapia intensiva, un mese e mezzo di ricovero e poi altri 6 cicli di chemio a Ravenna. Tutto il per­corso durò un anno circa.
 
Credo che il messaggio impor­tante sia raccontarti “come” abbia vissuto tutto questo.
All’inizio non mi rendevo conto di che cosa stesse accadendo, ero stata catapultata dai preparativi per il matrimonio in un’altra realtà, di cui non conoscevo neanche l’esi­stenza. Mio fratello e mia sorella ge­stirono il tutto, cercando di non farmi capire la gravità di ciò che mi stava accadendo, ma la partenza frettolosa per Bologna mi rese chiara la situazione e così feci una promessa a mio fratello: gli dissi che non mi sarei mai arresa, avrei com­battuto con le unghie e con i denti, anche se avessi dovuto vivere il resto dei miei giorni su una sedia a rotelle!
La prima volta che misi piede agli Istituti Ortopedici Rizzoli di Bolo­gna, nella mia mente c’era una grande confusione e tanta paura, io e mio fratello piombammo la mat­tina presto, senza alcun appunta­mento, nell’immenso studio del primario il prof. Campanacci, grande luminare nel campo dell’on­cologia ortopedica, il quale infasti­dito dal nostro comportamento, ci invitò ad uscire e noi, lasciando la tac sul tavolo indietreggiammo fuori dallo studio, chiedendo educata­mente di dargli almeno un’occhiata. Ci sedemmo fuori in attesa e dopo un po’ uscì il professore che, met­tendomi una mano sulla spalla, con una espressione tenera e due lumi­nosi occhi azzurri, mi disse “Stia tranquilla, entri nel mio studio che il mio collega vi spiegherà cosa dovete fare.” e andò via. Il suo collega era il dott. Piero Picci, oncologo e suo braccio destro, che mi accolse con un sorriso dolcissimo, con tono di voce rassicurante mi spiegò quali erano le altre indagini diagnostiche da fare. Il suo volto, il suo modo di parlare, mi fecero avere subito una grande fiducia in lui che rasserenò il mio cuore, non solo in quel mo­mento ma per tutto il mio lungo per­corso, anche quando entrò nella mia stanza per dirmi il risultato della biopsia, e che dovevo fare la chemio a Ravenna.
Le prime persone che incrociai nei corridoi il giorno del ricovero, furono dei bambini in sedia a rotelle, i quali avevano delle malformazioni fisiche che non avevo mai visto in vita mia. Ricordo benissimo 
 
quale fu il pensiero che invase la mia mente: “In qualsiasi modo andrà a finire la mia storia, sono stata fortunata! Fino a 28 anni ho avuto una vita normale: ho corso, ho ballato, ho fatto sport, sono andata a scuola, ho lavorato, mi sono diver­tita con gli amici! Loro invece non potranno mai fare tutto questo!”
Ad ogni ricovero partivano tutti con me: mia madre, mio padre, mio fratello, mia sorella e il mio fidan­zato, durante i ricoveri facevano la spola da Roma i miei cognati, i miei zii e tantissimi amici. Tutti loro sono stati la mia grande forza, insieme al­l’immenso amore di Dio, che non mi ha mai abbandonata!
Durante la chemioterapia cad­dero tutti i capelli, il ciclo mestruale sparì e persi un po’ di chili, però stavo bene con le mie compagne di stanza e con gli infermieri, che erano simpaticissimi.
Lo so che sembrerà strano a te che stai leggendo, ma ti assicuro che è così, ho un bel ricordo di quel pe­riodo anche nei piccoli episodi di "vita quotidiana"! Una volta, ad esempio, nella stanza entrò una zan­zara grandissima e la mia vicina di letto le corse incontro, tenendole vi­cino una ciabatta, ma senza ucci­derla. Allora le dissi: “Cosa aspetti a schiacciarla?” ­e lei ­“Dovrebbe morire solo con la puzza, perchè la ciabatta è la tua!” E come avrei fatto a non ridere? Un’altra volta, costretta a letto per settimane dopo l’inter­vento, dissi alla caposala che mi ero stancata di vedere le pareti della stanza. E lei mi rispose: “Hai tante persone con te, fatti portare con il letto in giro per il corridoio!” La presi in parola e nonostante l’incre­dulità dei miei familiari dichiarai: “Portatemi subito a fare una bella passeggiata!” Non mi sembrò vero di uscire da quella stanza, anche se con il letto, andava bene lo stesso!
Mentre ero ricoverata a Bologna, i miei familiari fermavano spesso il prof. Biagini, allora giovanissimo, per avere delle delucidazioni ri­guardo alla mia complicata situa­zione, e lui con estrema pazienza chiariva loro ogni dubbio. Come anche la dott.ssa Tienghi all’ospe­dale di Ravenna e i suoi colleghi, sempre disponibili e dediti a infor­mare i miei parenti e me! In quei momenti è fondamentale avere la di­sponibilità e cortesia di coloro nelle mani dei quali metti la tua vita! Qualche giorno prima dell’inter­vento venne nella mia stanza il dott. Gherlinzoni che accennò con molto tatto alla pericolosità di quello che andavo ad affrontare, senza entrare nello specifico. Più tardi i dottori del reparto chiamarono me e la mia fa­miglia nel loro studio e ci spiega­rono i rischi ai quali andavo incontro; potevo rimanere con il ca­tetere a vita, potevo rimanere para­lizzata e nella peggiore delle ipotesi, potevo morire. Dovevano togliermi la metà del bacino che era stata to­talmente presa dal tumore, com­presa la parte finale della colonna vertebrale, di conseguenza dove­vano amputare la gamba. C’era una meravigliosa assistente sociale, Anna Antenucci, che mi fece vedere le foto di persone che portavano la protesi e avevano una buona qualità



 
 
di vita. Dopo qualche istante, in cui la mia mente era invasa da pensieri negativi e nello stomaco c’era il vuoto totale, cercai a tutti i costi un pensiero positivo e chiesi: “Se andrà tutto bene, potrò lo stesso avere figli?” ­e loro mi dissero:“Certo!”
Fui operata l’8 giugno del 1992, due giorni prima, il 6 giugno, mi sarei dovuta sposare.
Il giorno precedente all'inter­vento volli fare l’ultima corsa della mia vita, in un corridoio lungo che portava al bar dell’ospedale, sotto gli sguardi atterriti dei miei familiari che avevano paura di una frattura. Però che bella sensazione! La notte prima dell’intervento permisero al mio fi­danzato di dormire accanto a me sulla sdraio, mi parlò di tutti i pro­getti che dovevamo realizzare in­sieme, mi disse che dovevo concentrarmi solo su quelli e così feci. Dopo aver affidato tutte le mie pene a Dio, dormii tutta la notte, ri­fiutando il valium che l’infermiere mi era venuto a portare.
Tanti di noi credono in Dio, ma pochi si affidano a Lui completa­mente, invece così facendo, la pace che si riesce ad avere interiormente, ti assicuro mio lettore, è immensa, infatti la mia preghiera di quella notte fu: “Sia fatta la Tua volontà”.
Tu che stai leggendo queste pa­gine, potresti essere ateo, perciò ti voglio dire che ho un grande rispetto per chi lo è, perché sono convinta che è il cuore delle persone che manda avanti il mondo: l’amore e il rispetto del prossimo sono i valori più grandi! La mia migliore amica è atea ed è una gran donna!
Finalmente a novembre finì la chemioterapia, mi ricoverai per un mese al Centro Protesi dell’INAIL di Vigorso di Budrio, a 15 km da Bolo­gna e imparai a camminare con la protesi, inizialmente aiutandomi con le stampelle. La prima volta che andai in palestra stetti ferma fra le parallele con l’arto artificiale ad­dosso, ma sembrava più un ingom­bro che qualcosa di utile! Non fu facile capire come funzionava: la sensazione era stranissima, mi ri­cordo che ad un certo punto alzai gli occhi e guardando tutte le persone che, come me, stavano “imparando nuovamente a camminare” pensai: “Ma che ci faccio qui? Come ci sono finita in questo posto?” Come se solo allora, all’improvviso, avessi preso coscienza di quello che mi era suc­cesso nell’ultimo anno! Fu un mo­mento di disorientamento che superai grazie ai ragazzi che, in­sieme a me, stavano percorrendo quella strada per la prima volta, chi a causa di un incidente e chi a causa di una malattia. Ci facemmo forza a vicenda condividendo ansie, paure, difficoltà mentali e fisiche. Devo al responsabile della palestra, Claudio Panizzi, il fatto di aver avuto il co­raggio di camminare per la strada senza usare le stampelle, perché ogni volta che mi incontrava nei cor­ridoi con le stampelle, mi sgridava in una maniera indescrivibile!
Tornata a Roma, cambiai i co­mandi della macchina per guidare con la gamba sinistra e ricominciai i preparativi per il matrimonio, nel frattempo lasciai il lavoro e andai in pensione.

 
 
 
 
La notte prima dell’intervento permisero al mio fidanzato di dormire accanto a me. Parlammo di tutti i progetti che dovevamo ancora realizzare. E cosi è stato
 
Cominciarono a crescere i capelli e per il 5 giugno del 93’, data del mio matrimonio, riuscii a sposarmi senza parrucca. Una cosa cui tengo a raccontarti, mio attento lettore, è che mi sono sposata in un paesino semi­abbandonato dell’ Abruzzo a 200 km da Roma, in una chiesetta mezza diroccata, che si è costretti a raggiungere tramite una salita ripi­dissima a piedi, su delle pietre tut­t’altro che agevoli. Mio padre mi reggeva da una parte, dall’altra un mio amico, davanti c’era mia so­rella, che mi teneva il larghissimo vestito alzato per agevolare il passo: è stato acrobatico ma divertente! Era fra i nostri sogni sposarci lì, non po­tevamo rinunciare! Inoltre la casa in cui andammo ad abitare, era al terzo piano senza ascensore e ci re­stammo per sette anni, dopo di che ne prendemmo una con l’ascensore.
Ma non è finita qui, dopo una de­cina di anni mi venne un tumore maligno al seno sinistro e subii una mastectomia, l’anno dopo ne ebbi un altro al seno destro e feci un’altra mastectomia. A settembre del 2003 feci la ricostruzione plastica di am­bedue i seni, anche questa volta andò tutto bene! Devo ammettere che a quasi 40 anni avere due bei seni taglia 4a quando prima avevo una 3 a che stava pure iniziando ad essere cadente, non è stato proprio male!
A 40 anni d'età mi dissi: “Se non approfitto tra un tumore e l’altro, ad avere un bambino, va a finire che di­vento vecchia e non lo faccio più!” Il prof. Biagini mi spiegò che avendo avuto tre tumori, con una gravidanza ci sarebbe stato il rischio di poter sviluppare un tumore latente, che potevo avevo da qualche parte senza saperlo. La mia decisione fu irremovibile e serena: non avrei vo­luto in seguito, rammaricarmi di non aver tentato! Preferivo rischiare che rinunciare! Ci misi un bel po’ a con­vincere mio marito, ma alla fine ci riuscii! Così misi nelle mani di Dio la mia vita e quella del mio bam­bino, vissi i mesi della gravidanza con una celestiale serenità, in qua­lunque modo sarebbe andata, ero pronta ad accettarlo e ad affrontarlo. Ad agosto del 2004, alla veneranda età di 40 anni e mezzo, ebbi il figlio che tanto avevo desiderato! Il mira­colo della vita che si rinnova e da­vanti all’incredulità di tantissime persone, da questo bruco nacque una meravigliosa farfalla! A causa della gravidanza mi venne un tu­more maligno ad una palpebra, come previsto dal prof. Biagini, ma con un piccolo intervento chirurgico tutto si risolse, perché non aveva an­cora sparato metastasi.
La prima volta che andai al mare non fu facile, devo a mia sorella il fatto di aver trovato il coraggio!
Quando indosso il due pezzi, in­fatti, le persone non possono fare a meno di guardarmi, ma io sono se­rena, perché credo fermamente che nella vita, a meno che non si rubi o non si uccida, non bisogna vergo­gnarsi di niente! I più teneri sono i bambini, che si avvicinano e comin­ciano a guardare sotto il mio busto per cercare la gamba. Sono meravi­gliosi, dopo che spiego loro il per­ché della gamba che non c’è e che ne ho una finta, lasciata in albergo, sono sereni e tornano a giocare.


 
 
 
Ai bambini basta dire la verità e dare una spiegazione logica, anche se strana, diventa normale: non hanno i preconcetti di noi adulti. Mi ri­cordo di un bambino che la sera mi vide sul lungo mare a fare una pas­seggiata con la protesi e urlò da lon­tano contento “Guarda mamma, quella signora ha detto la verità, si è messa veramente l'altra gamba!” La mamma sarebbe voluta sparire dalla vergogna, mentre io con un largo sorriso, la tranquillizzai, anzi quel­l'incontro mi fece piacere!
L’ultima cosa che ti voglio dire, caro e paziente lettore, è che io vivo con la gioia nel cuore e il sorriso sulle labbra perchè la vita non è fatta di gambe, di braccia o di seni, ma è fatta di amore. Si può donare e rice­vere amore in qualsiasi condizione fisica e sicuramente tanta gente che non ce l’ha fatta, avrebbe dato chissà che per essere al mio posto, senza una gamba e senza due seni, ma viva!
Pensai che era arrivato il momento di una gravidanza, anche con il rischio di sviluppare un tumore latente. Ad agosto del 2004 è nato il figlio che avevo tanto desiderato. Emiliano, come ha deciso mio marito, in onore della regione dove era nato e che a me aveva salvato la vita
 Da allora  ho rispetto ancora più della vita e fin­ché siamo su questa terra dobbiamo lottare sempre, con tutte le nostre forze, per affrontare qualsiasi pro­blema si presenti sul nostro cam­mino. Se così non facessimo, mancheremmo di rispetto verso chi non c’è più e quindi non ha più la possibilità di lottare! Il mio lungo e impervio percorso mi ha insegnato ad apprezzare le cose semplici della vita, che sono le uniche che hanno veramente valore, quelle quotidiane che ognuno di noi dà per scontate, come il semplice alzarsi dal letto. Mi ricordo che dopo mesi sdraiata a letto, la prima volta che mi alzai dissi “Che bella sensazione! Stare in piedi è fra le cose più belle che esi­stono al mondo!”.
Il mio augurio per te, per la tua famiglia e per i tuoi amici è di unire tutte le vostre forze e combattere a testa alta questa battaglia difficile, ma NON impossibile da vincere!
 
 
Con amore, Monica
 
 
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::::::    Creato il : 17/02/2013 da Magarotto Roberto    ::::::    modificato il : 10/05/2013 da Magarotto Roberto    ::::::
Commenti (3)
#1 commento inserito da : Doro Renzo il giorno : 21/05/2013 alle ore: 17.42

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Ciao Monica, ho avuto la fortuna di sentire la tua storia dal vivo, ero al "Congresso di Negrar"con una mia collega. Ero in prima fila 2 sedie alla tua sx, bellisima anche la testimonianza di Stefania. Io appartengo all'A.V.A.P.O. di Venezia e in questo mese festeggiamo i nostri 25 anni a fianco dei nostri cari "amici" ammalati. Io ho avuto la "fortuna" e l'onore di stare accanto a una mia cara amica (Emanuela alias Simonetta) negli ultimi 2 anni e mezzo di vita, e scrivere un libretto raccontando la sua esperienza di malattia. Lo trovi sul sito di "PER UNA VITA MIGLIORE" nelle storie dove ci sei anche tu. E' stata un'esperienza indimenticabile, lei è mancata il 12 maggio 2012 e il 23 maggio (suo compleanno) per ricordarla ci sarà una serata di cori all'interno del Duomo di Murano S.S Maria e Donato. Monica sei grande, la tua testimonianza è e sarà fondamentale per chi affronta questa terribile malattia...non smettere mai! Un abbraccio e auguri per la tua associazione!!!
#2 commento inserito da : Morelli Monica il giorno : 21/02/2013 alle ore: 18.25

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Carissima Rossella sarò onorata di conoscerti! Mi raccomando mai fare paragoni! Quello che conta è l'amore per la vita che abbiamo dentro e dalla tua mail credo che anche tu ne hai tanto! Un bacio Monica
#3 commento inserito da : marsala rossella il giorno : 20/02/2013 alle ore: 16.33

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Whow!!!!! E' proprio emozionante leggere questa storia! Che bella forza della natura, Monica, non vedo l'ora di conoscerti al convegno! Il mio percorso di malattia è stata una bazzecola, neppur minimamente paragonabile al tuo, ma ho avuto la fortuna di condividere molte delle emozioni che tu racconti. Rossella
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